L’essenza dell’arte contemporanea : distinta in forma e contenuto 

 

Per parlare di “Dopo la fine dell’arte” di Danto vorrei partire dalla prefazione al testo, che a mio parere mette in evidenza il punto centrale dell’argomentazione: ovvero quale sia l’essenza dell’arte contemporanea.

La necessità di questa definizione è già intuita da Hegel che si pone come precursore della contemporaneità. Nelle Lezioni di estetica del 1828 dichiara: “L’arte dal lato della sua suprema destinazione, è e rimane per noi un passato. L’arte ci invita alla meditazione, ma non allo scopo di ricreare l’arte, bensì per conoscere scientificamente cosa sia l’arte”.

Danto osserva che Hegel influenzò positivamente il pensiero sull’arte, infatti bisogna aspettare la storia dell’arte posthegeliana, ovvero la storia dell’arte del Novecento, perché essa si ponesse l’obiettivo di offrire una definizione dell’essenza dell’arte.

Alla fine degli anni Sessanta del Novecento, in particolare, fu chiaro che qualsiasi cosa poteva diventare un’opera d’arte: distinguere le opere d’arte dai comuni oggetti non era affatto scontato. Si rese necessaria più che mai una definizione dell’essenza dell’arte.

Danto, critico contemporaneo, tenta dunque di consegnarcela; inizialmente si rifà ad Hegel il quale afferma che un’opera d’arte non è riconoscibile solo in base al godimento immediato (ad esempio per Greenberg era sufficiente avere un “occhio allenato”) , ma anche in base al giudizio, il quale sottopone alla mente: (1) il contenuto, (2) i mezzi di manifestazione ( di rappresentazione). Per Hegel questa definizione, al contrario che per Danto, non comprende tutte le forme d’arte, ma solo quelle prodotte in certe aree e momenti storici. La restante arte era “arte che ricade al di fuori della storia” poiché priva di un’adeguata rappresentazione.

Mutuando dalla definizione di Hegel, Danto afferma che per poter definire l’essenza di un’opera d’arte occorre che essa abbia un contenuto e che ne incarni il significato. L’opera d’arte è un significato incarnato.

Contenuto e forma. Il contenuto subisce una condizione storica: il contenuto di due opere non può mai essere lo stesso, in quanto cambiano le sue condizioni storiche (questo è un punto di vista che Danto definirà estensionale); la forma è astorica: è possibile per un artista contemporaneo appropriarsi di tutte le tecniche, purché lo faccia da una prospettiva di menzione e non di uso ( questo è il punto di vista che Danto definirà intensionale).

Prima dell’arte contemporanea: La critica moderna Kantiana, ovvero unità di forma e contenuto

Se per Hegel e Danto l’essenza dell’arte è sintetizzabile in forma (astorica: può essere riprodotta in una prospettiva di menzione ma non di uso) e contenuto (storico: non può essere riprodotto, ma cambia in ogni epoca), per Kant queste due dimensioni dell’opera d’arte non esistono separatamente.

Il problema di Kant era non scindere l’essenza della forma dal contenuto, in quanto la critica si rifà al solo godimento immediato, inteso come esperienza totale dell’unità di forma e contenuto, che deve essere percepita come “armoniosa”.

Nella contemporaneità al contrario la bellezza non è più una qualità essenziale, quindi la forma non è più soggetta a un progresso lineare che ne attesta il valore. Danto infatti rilegge il problema della forma da un punto di vista intensionale, ovvero come insieme di attributi stilistici, giungendo a una conclusione diversa rispetto a Kant.

La definizione di “matrice di stile” data da Danto aiuta a comprendere che vi sono attributi stilistici affini nell’arte di ogni periodo, per cui si può dire che esiste un’essenza astorica dell’arte.

Dunque la spiegazione data da Danto per definire l’essenza dell’arte è la scissione di forma e contenuto.

Dobbiamo tuttavia considerare che ogni paradigma dato nella tradizione e nella modernità ha tentato di definire l’essenza dell’arte. Danto affermando nel suo libro “Dopo la fine dell’arte” la fine dell’arte, non mette in discussione che l’arte abbia ancora un’essenza, ma soltanto la fine delle definizioni precedenti della sua essenza, che in quanto improntate alla bellezza (forma) erano soggette (nell’arte tradizionale con l’ideale della mimesi, nell’arte moderna con l’ideale della purezza) a un progresso lineare e storico, che non è più riscontrabile nella contemporaneità.

L’unica forma esclusa dal progresso lineare dell’arte moderna era il Surrealismo perché vedeva una liberazione del contenuto dalla forma.

Vi è quindi nella contemporaneità la fine del dominio della forma sul contenuto, perciò ogni linguaggio è sperimentabile, in quanto la forma è solo un insieme di attributi stilistici.

 

La fine dell’arte e l’inizio dell’arte

 

La fine dell’arte quindi non indica la fine assoluta dell’arte ma soltanto il passaggio a un nuovo livello di riflessione, segnato per Danto dalla Pop Art, la quale destituirà la forma dal suo dominio, rendendo impossibile riconoscere la differenza tra un’opera d’arte e un oggetto comune. 

Questo implica la diffusione di una pluralità di stili e di linguaggi che Danto evidenzia nell’opera di David Reed citato nella prefazione al suo libro. Questo nuovo livello di riflessione estetica è appannaggio della filosofia e viene chiamato Postmodernismo: esso ha inizio con l’esposizione nel 1964 presso la Stable Gallery della Brillo Box, scatola di detersivo, opera di Andy Warhol.

Ma Danto ci dice di star tranquilli: l’arte continuerà a esistere dopo la sua fine così come esisteva già prima del suo inizio, collocato da Belting nel 1300. Belting stesso dimostrerà nel suo testo “Il culto delle Immagini” sottotitolato: “Una storia dell’immagine prima dell’era dell’arte” che esisteva arte prodotta prima del 1300, anche se aveva una differente funzione. Essa era ancora lontana dal godimento estetico della forma e veniva considerata come artigianato; in particolare si riteneva che le icone paleocristiane avessero un’origine miracolosa, in quanto fatte per essere venerate, non per suscitare godimento estetico. Il godimento estetico sarà una caratteristica appannaggio esclusivo della tradizione (che parte dal 1300 e arriva al 1880) e della modernità (che va dal 1880 al 1965).

Infatti nella tradizione si esplica un’estetica della verosimiglianza, mentre nel modernismo si esplica un’estetica della purezza. Mentre le immagini tradizionali progredivano nella loro somiglianza al reale, le immagini moderne rappresentano una critica della pittura su se stessa. A livello pittorico questo si esplica nel passaggio dal contenuto del dipinto (ovvero la rappresentazione della realtà) alla superficie del dipinto (ovvero l’analisi delle condizioni di rappresentazione e dei materiali).

Per Danto sarà proprio il raggiungimento del dominio della forma, espletato nella tradizione e nella modernità, a provocare il passaggio a un livello di riflessione successivo, portando nella postmodernità all’abbandono dell’estetica della forma, in favore dell’estetica del significato.

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