Tutti conosciamo le fasi più importanti di Atene classica (V sec.a.C), un secolo che ci ha regalato l’ellenismo ed approfondito in tutti i manuali di storia. Di meno si approfondisce l’età tardoantica (III-VI sec d.C.) che si riferisce all’età della dominazione imperiale tardoromana in Oriente e in Grecia, un periodo che porta con sè una cristianizzazione globale di tutti i territori del mediterraneo.

La realtà di Atene in questo senso appartiene a un unicum per quanto riguarda la sopravvivenza di un’elite cittadina pagana ellenica che fa riferimento a una sfera culturale e cultuale strenuamente divergente e che subisce la spartizione ideologica di un territorio tra paganesimo e cristianesimo. 

Se il potere centrale normalmente investe economicamente sulle città del mediterraneo per costruzioni ex novo, ad Atene c’è invece un investimento economico quasi assente che porta all’abbandono e alla rifunzionalizzazione degli edifici pagani, quindi al fenomeno del reimpiego architettonico e scultoreo, che è un fenomeno tipico della tardoantichità cristiana. Esso vede un’esplosione specialmente ad Atene e collima con un “investimento inverso” sia economico che ideologico, volto non alla “costruzione” ma alla “distruzione” di modelli già esistenti tramite la loro totale ricodificazione da parte dell’impero romano, con un comportamento diverso rispetto a quello delle altre città del mediterraneo, dovuto sostanzialmente a un meccanismo di imposizione di nuovi modelli cultuali e all’assenza di mediazione tra due realtà inconciliabili: cristianesimo e paganesimo.

Si può quindi individuare assieme al fenomeno del reimpiego (riutilizzo di una struttura architettonica o scultorea deprivata della sua funzione originaria) quello dell’effrazione, che ben si sposa col il clima di riscrittura del passato e della storia di una città come Atene.

I primi tre decenni del regno di Teodosio II (408-450 d.C.) segnano dunque per l’Agorà greca, detta anche del Ceramico, una fase importante in cui si reimposta l’immagine stessa del centro cittadino attraverso un’attività di ricostruzione e di adattamento delle sopravvivenze, secondo nuove esigenze rappresentative e ideologiche.

Interessante è la marginalizzazione degli elementi legati alla tradizione pagana, conservando allo spazio pubblico un carattere laico: “laicità” forse da considerare all’interno di un progetto più grande della città dove altre aree venivano cristianizzate e che rivela una difficoltà del processo di cristianizzazione, o meglio, del suo ufficializzarsi (non sappiamo neanche dove fosse la Cattedrale), poiché l’episcopato locale deteneva meno potere dell’elite cittadina pagana e della tradizione precedente.

In sostanza la cristianizzazione non nasce “dal basso” ma viene imposta “dall’alto”, senza andare a intaccare la cultura pagana suburbana che riesce a salvare le sue testimonianze. C’è una cultura pagana che sopravvive nonostante sia stata cristianizzata, mentre del cristianesimo non abbiamo quasi nulla.

Uno dei possibili motivi della laicità degli edifici dell’Agorà greca sta nel fatto che l’imperatore Teodosio II nel 421 a Costantinopoli sposò Eudocia di Atene, figlia di uno dei capi della scuola filosofica di Atene, Leonzio. Si univano così due culture.

Viene conservato dell’Agorà greca, con la sua laicità, l’aspetto pubblico della piazza, a differenza di altre zone di notevole importanza come l’Agorà Romana e l’Acropoli, cristianizzate. L’Agorà greca rappresenta quasi un limbo, un territorio di mezzo tra due culture differenti. Mentre l’Agorà Romana e l’Acropoli vengono rifunzionalizzate in senso cristiano, l’Agorà greca viene rifunzionalizzata in senso laico.

Un altro elemento importante nella rifunzionalizzazione dell’Agorà greca è la marginalizzazione e l’abbandono del lato ovest della piazza corrispondente a una valorizzazione del lato est in prossimità della via delle Panatenee, dove i monumenti dell’area centro meridionale della piazza si affacciavano isolando la comunicazione con il lato ovest.

Esempio di conservazione dell’alzato di un edificio e della sua rifunzionalizzazione è il Tempio di Ares, tempio ellenistico situato al centro della piazza, collegato al Palazzo dei Giganti e privato di una quadriga bronzea costituita da cinque elefanti e un’auriga, che fu trasportata da Teodosio II per decorare la Porta Aurea della cinta muraria di Costantinopoli e che probabilmente segna un passaggio nel cambio di funzione del santuario, destinato a una funzione amministrativa come tutti gli edifici al centro della piazza. Non sarebbe il primo caso di un santuario che diventa edificio amministrativo: nel 425 il Capitolium di Costantinopoli diventa sede dell’università.

Quello del Tempio di Ares è solo uno degli esempi di spoliazione dell’Agorà greca; un altro esempio è la Stoà Poikile nel settore nord-ovest(ovvero la stoà dipinta) privata delle celebri tele di Polignoto.

I nuovi edifici nella parte centrale della piazza invece vengono costruiti ex novo su edifici preesistenti di età romana o attingendo elementi dai portici dismessi. Ad esempio il Palazzo dei Giganti, probabile residenza imperiale di Eudocia o dei funzionari imperiali, presenta elementi di reimpiego dai monumenti di età romana (II d.C.) come l’Odeon di Agrippa e anche da elementi di età ellenistica come il Tempio di sud-ovest e la Stoà di Attalo.

Lo Square Building presenta elementi di reimpiego dalla Stoà di Zeus Eleutherios: un geison marmoreo e un frammento di triglifo insieme a uno degli acroteri del portico ritrovato in una delle vasche di costruzione dello Square Building, che testimonia il fenomeno della contemporaneità tra la dismissione del lato ovest e degli edifici pagani alla fine del IV sec e la costruzione di edifici amministrativi ex novo agli inizi del V sec all’interno della piazza.

Fatto è che l’unica evidenza certa archeologica della funzione amministrativa della piazza si riscontra nello Square Building, che rispetta un modello diffuso tipico dell’amministrazione bizantina, avente pianta quadrangolare con numerosi ambienti annessi attorno a una corte centrale, adottato sia a Thamugadi nella Maison des Jardinieres sia nell’area denominata Field C a sud dell’Agorà di Cesarea Marittima. Questo ultimo esempio presenta evidenze archeologiche della correlazione tra forma e funzione dell’edificio amministrativo, in quanto ogni ambiente è provvisto di tappeti musivi con iscrizioni che indicano la funzione specifica di ogni spazio, nominando i diversi gradi gerarchici dei funzionari.

Dalla spoliazione e il reimpiego all’effrazione 

La statua di Apollo Patroos nel settore nord-occidentale rinvenuta crollata in situ dopo essere stata danneggiata, denuncia l’inizio del processo sistematico di espropriazione e rimozione del contenuto dei santuari pagani di Atene, di cui è parte anche il trasferìmento di statue a Costantinopoli (come attesta la spoliazione del Tempio di Ares o della Stoà Poikile, secondo la testimonianza di Sinesio di Cirene).

La spoliazione dei santuari, avvenuta in seguito agli editti di Teodosio II del 435 e del 438 d.C., che proibivano con la pena di morte lo svolgimento di sacrifici in qualsiasi luogo, fa si che manifestazioni pagane possano sopravvivere strenuamente soltanto in ambienti privati e attraverso statue decorative di piccole dimensioni, che vengono conservate nelle nicchie degli ambienti absidati di case altolocate dotate di sale di rappresentanza.

Questo fenomeno è attestato anche da un episodio della Vita di Proclo, capo della scuola neoplatonica ateniese, scritta dal suo biografo Marino, al quale apparve in sogno la statua di Atena che fa intendere di essere soggetta al rischio di provvedimenti di confisca, tanto da chiedere al filosofo di essere accolta all’interno della sua abitazione.

Era nelle case private di ceto elevato che si svolgeva il fulcro della vita ateniese; tra queste una casa alle pendici meridionali dell’Acropoli, descritta epigraficamente come in vista del Teatro di Dioniso e dell’Acropoli e presso il santuario di Asclepio, è stata riconosciuta come la cosiddetta Casa di Proclo e conservava nel vano est della stanza absidata statuette pagane e una testa di filosofo. Tuttavia l’attribuzione a Proclo non è certa in quanto non sappiamo di preciso quale fosse la sede della scuola filosofica ateniese: Eunapio accenna all’uso di theatra marmorei, imitazioni a scala ridotta di edifici pubblici a gradinata semicircolare, che non sono ancora stati rinvenuti ad Atene, né tantomeno nella casa di Proclo. L’unico dato certo è che l’educazione si svolgesse nelle case private dove vi era una coabitazione tra maestri e allievi, rappresentando un caso particolare nello scenario mediterraneo, dove al contrario è nota l’ubicazione dell’Università che si concentrava invece in un’unica sede.

Tornando al problema delle spoliazioni e della conservazione del patrimonio scultoreo nelle case private, parallelo al fenomeno del reimpiego architettonico, nell’ambito degli scavi della American School of Classical studies, nelle House B e C delle pendici dell’Areopago sono state ritrovate statue in fondo a pozzi privati con l’imboccatura obliterata. Esse presentavano segni di effrazione precedenti all’abbandono. E’ plausibile pensare che le statue pagane con il segno della croce inciso sugli elementi identificativi del volto siano contemporanee all’editto di Teodosio II del 435 d.C. che imponeva di cristianizzare i santuari con la scalpellatura di una croce, e che fossero state calate nei pozzi per recuperarle in un secondo momento.

Atene tardoantica: un assetto urbano unitario fino al 529 d.C.

In ogni caso le abitazioni di ceto elevato scavate si trovano tutte all’interno della cinta temistoclea e all’esterno della cinta post-erula a circuito ridotto. Questo indica, insieme alla datazione della ristrutturazione dell’Agorà greca nel V sec, il fatto che fino all’età tardoantica la città presentava un abitato in espansione e non una sua riduzione come sostengono alcuni studiosi che datano le mura post-erule al 267 d.C. (data dell’invasione degli Eruli) o più frequentemente al IV secolo per la presenza di elementi di reimpiego del IV sec ritrovati nelle mura.

Infatti tra la fine del IV e l’inizio del V sec l’Agorà greca rappresentava ancora uno dei fulcri più importanti della vita ateniese ed è perciò improbabile che le nuove mura post-erule la escludessero, comprendendo invece l’Agorà Romana e le pendici settentrionali dell’Acropoli. Questo è uno degli elementi che spingono a postdatare le mura post-erule alla fine del VI sec e inizi del VII sec, successivamente a una probabile dismissione della cinta esterna temistoclea.

Questo è facilmente ipotizzabile dal momento che in età tardoantica esisteva un decreto che imponeva che le sepolture si trovassero al di fuori delle cinte urbane: tuttavia a partire dal VII fino al IX secolo abbiamo l’evidenza della presenza di necropoli all’interno della cinta temistoclea e intorno alla cinta post-erula, necropoli che invece prima del VI sec si trovavano solo all’infuori della cinta temistoclea. È possibile dunque che la cinta temistoclea venne dismessa solo a partire dalla fine del VI sec, e in seguito furono costruite la cinta post-erula e le nuove necropoli più vicine all’abitato, in concomitanza con un evento che, insieme all’arrivo degli Slavi, segna la fine di Atene tardoantica: ovvero la chiusura della scuola filosofica ateniese nel 529 da parte di Giustiniano.

La cinta temistoclea di Atene tardoantica

La cinta temistoclea di Atene tardoantica

L’Agorà greca rispetto al centro di Atene tardoantica (V sec.d.C.)

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