
San Vitale: Arcone presbiteriale, volta presbiteriale e arco trionfale. Foto di Elisa Galiè.
Ravenna è uno dei centri più importanti dell’arte tardoantica e parlarne richiede una certa attenzione. In questo articolo vorrei dare un accenno di una delle più importanti iconografie di epoca giustinianea, San Vitale, evidenziando alcuni tra questi aspetti: il legame tra le figure alternate di Cristo siriano e Cristo dionisiaco, tra codex chiuso e codex aperto, tra arco trionfale e catino absidale, in un contesto dove la seconda condizione specifica la prima o viceversa.
Parlando di San Vitale andiamo a descrivere i suoi mosaici a partire dall’arcone presbiteriale dove Cristo è rappresentato in un clipeo centrale, circondato da clipei laterali con gli apostoli e con i Santi Gervasio e Protasio, figli di San Vitale. Il clipeo, usato per ritratti fortemente caratterizzati e individualizzati, presenta un Cristo molto particolare: di tipo siriaco, quindi barbuto, che tiene in mano un codex aperto, quasi a enunciare la verità, che può essere enunciata solo in uno stato di saggezza e maturità, incarnate appunto dal Cristo Siriaco.
Sulle pareti del presbiterio invece vengono mosaicate le scene dei sacrifici veterotestamentari, in particolare le due pareti destra e sinistra hanno motivi speculari: si inizia dall’alto con un motivo fitomorfo, seguito più in basso dalla presenza degli Aligeri Testes, i Quattro esseri viventi dell’Apocalisse, ovvero i quattro simboli degli Evangelisti (Luca, toro; Giovanni, aquila; Marco, leone; Matteo, angelo) divisi per coppie nelle due pareti. Sotto si trovano i profeti, che sono nella parete sinistra Geremia e Mosè (qui Mosè è delineato come legislatore, quindi è raffigurato mentre dà la legge al popolo di Israele) mentre sulla parete destra sono raffigurati Mosè e Isaia (qui Mosè è delineato come Buon Pastore, circondato da un gregge di pecorelle). Sotto ai profeti avvengono le scene più importanti che sono le scene veterotestamentarie dei sacrifici dell’Antico testamento, in particolare nella parete sinistra abbiamo le Storie di Abramo, con le tre fasi del sacrificio di Isacco (ospitalità, banchetto e sacrificio); sulla parete destra abbiamo invece i sacrifici di Abele e Melchisedech. Queste pareti preannunciano il tema importantissimo del sacrificio, che raggiunge il suo punto più alto, il suo culmine, nella rappresentazione che troviamo nella volta presbiteriale, dove è rappresentato l’Agnello Mistico, ovvero il simbolo della Passione di Cristo.
Questa raffigurazione dell’Agnello è in asse non solo con il clipeo dell’arco presbiteriale con il Cristo Siriaco, quindi con il Cristo che enuncia la verità, ma è in asse anche con il Cristo del catino absidale, che è un Cristo stavolta Dionisiaco, quindi giovane e imberbe, che tiene in mano il rotolo dei sette sigilli ed è affiancato da un lato da San Vitale, al quale porge una corona d’oro ed egli la riceve con mani velate (si tratta del ricorrente motivo dell’aurum coronarium) e dall’altro lato da S. Ecclesio che gli porge il modellino della Chiesa di S. Vitale, essendo egli il committente. Tornando al rotolo dei sette sigilli, è un rotolo di cui si parla nel libro di Giovanni dell’Apocalisse, dove si narra che solo colui che è appellato come Agnello riuscirà ad aprire i sette sigilli e a svelare il contenuto del rotolo, appunto: la Verità.
Quindi non appare un caso che queste tre rappresentazioni di Cristo, il Cristo Siriano, il Cristo Agnello e il Cristo Dionisiaco con il rotolo dei sette sigilli, siano totalmente in asse; non è un caso perchè nella prima raffigurazione abbiamo l’enunciazione della verità, mentre nella volta presbiteriale e nel catino absidale abbiamo la prova della verità, ovvero la sua manifestazione terrena nel sacrificio. Ma a queste due condizioni della verità, ovvero l’enunciazione e la prova, corrisponde una tesi finale: l’inalienabilità e l’inconfutabilità. Infatti nella parte dell’arco trionfale che collega le parti coincidenti di volta presbiteriale con l’Agnello e catino absidale con il Cristo Dionisiaco, si trova il Monogramma Solare, che è un simbolo ortodosso raffigurato con 8 raggi, che rappresenta la consustanzialità di Padre Figlio e Spirito Santo sin dal concilio di Nicea del 325.
Quindi possiamo vedere come attraverso queste tre dimensioni, si delinei una descrizione della verità che è quasi un teorema matematico: il teorema della bellezza. Si parte con una verità che è enunciata in uno stato di saggezza (Cristo Siriaco), seguita da una verità provata (da un Cristo Dionisiaco e giovane, poichè la prova concreta della verità è solo per i novizi della fede) ed infine validata dalla presenza del monogramma solare (simbolo di un dogma ortodosso); esso sancisce, come un teorema, che la verità una volta enunciata e verificata, è inconfutabile.
Ovviamente in una Chiesa che sancisce così profondamente il concetto di verità ortodossa, non poteva mancare una raffigurazione dell’Imperatore e una sua legittimazione dinastica, infatti sulle pareti dell’abside abbiamo la raffigurazione di Giustiniano a sinistra, con il corteo dei dignitari di corte, il vescovo Massimiano, e le guardie imperiali (con le collane dette Torques), e a destra la bellissima Teodora, moglie di Giustiniano, seguita dalle dame di corte.
Lo stretto legame tra arco trionfale e abside si trova anche in altre chiese ravennati; citiamo per esempio S. Apollinare in Classe o S.Michele in Africisco, altre chiese dell’officina giustinianea.
In S. Apollinare in Classe, al clipeo con Cristo Pantocrate (ovvero con mano parlante, in atteggiamento educativo e pedagogico) Siriaco con codex chiuso, corrisponde al centro del catino absidale il volto di un Cristo nuovamente Siriaco, posto all’incrocio dei bracci patenti di una splendida croce in un globo azzurro trapunto di stelle, simboleggiante la trascendenza. Anche qui l’intento è narrativo: nell’arco trionfale l’atto dell’insegnamento; nel catino absidale l’oggetto dell’insegnamento. Non c’è da stupirsi che il Cristo sia due volte siriano: infatti ciò che Cristo insegna, ovvero la Trasfigurazione sul monte Tabor, richiama la sua duplice natura, divina e umana, ma riguarda un solo corpo.
O ancora in S. Michele in Africisco troviamo un Cristo siriaco nell’arco trionfale con codex chiuso e nel catino absidale un Cristo dionisiaco con codex aperto su un passo del libro dell’Apocalisse di Giovanni dove si afferma l’unità di padre e figlio. Qui ritroviamo lo stesso modus operandi di S. Vitale, dove all’enunciazione della verità, sottolineata in questo caso specifico dal codex chiuso, corrisponde la sua prova, la sua conferma attraverso la veridicità delle scritture.
Le chiese ravennati quindi ci presentano alla vista, in tutto il loro splendore, uno dei più eterogenei complessi di narratività in arte.
Flavia Guerrieri