Leggendo i “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio” di Freud mi sono imbattuta nell’analisi di un ricordo del tutto particolare di Leonardo, interpretato alla stregua di un sogno. Ovviamente tutto ciò che segue è una supposizione di Freud.

Negli appunti di Leonardo sul volo degli uccelli si trova scritto:

“Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, perché ne la mia prima ricordazione della mia infanzia mi pareva che, essendo io in culla, un nibbio venisse a me é mi aprisse la bocca con la sua coda, e molte volte percotesse tal cosa dentro alle labbra”. 

Freud opera un ragionamento per comprendere perché proprio il nibbio sia l’uccello che Leonardo dice di ricordare. 

Freud scrive che la parola madre in egizio viene rappresentata con il disegno di un avvoltoio e che una divinità materna chiamata Mut ha la testa di questo animale. 

Leonardo, figlio di Ser Piero da Vinci e di Caterina, una contadina, e nato nel 1452, risulta dal catasto fiorentino del 1457 come figlio illegittimo di Ser Piero, che il padre prese con sé probabilmente all’età di cinque anni per mancanza di figli maschi. 

Quindi Leonardo nei primi anni di vita si sarebbe identificato molto con la figura materna, l’avvoltoio appunto, per la mancanza della figura paterna che per Freud sarebbe quella responsabile del nostro spostamento libidico dalla relazione con la madre alla relazione con gli altri. Il padre di Leonardo al contrario lo indirizzava allo studio piuttosto che alla relazione con il mondo esterno, provocando in lui un sovrainvestimento dalla figura della madre, fino a calarla nella figura dei suoi quadri. 

Sarebbe forse svelato il mistero del sorriso delle donne leonardesche, che rifletterebbero il sorriso unico della madre. La più interessante annotazione riguarda la scoperta di Oskar Pfister sul quadro Sant’Anna la Vergine e il Bambino. Egli nel panneggio di Maria ha rintracciato il profilo di un avvoltoio e lo interpreta come un crittogramma inconscio. 

Resta in ultimo da capire perché il nibbio presenti nel ricordo caratteristiche che fanno pensare alla sessualità maschile. Per Freud si tratterebbe di un’identificazione proiettiva che il piccolo ha di sé stesso sulla madre. Per lo psicologo Winnicot questo rapporto responsivo, caratterizzato dal primo sguardo in cui il neonato impara a recepirsi e riconoscersi, ovvero lo sguardo della madre, costituisce la base della nostra autorappresentazione. 

Infatti quando ci autorappresentiamo esterniamo una nostra immagine interna, che nasce prima ancora che dal rapporto visivo dell’io con sé stesso, dal sorriso di chi ci ha dato la vita. 

 

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