In questo articolo vorrei mettere a confronto due discipline: la semiotica del visibile e l’estetica.

Come dice la parola stessa la semiotica si occupa della rappresentazione dei segni e del loro significato inglobando il campo della semantica; mentre la semiotica parte dall’analisi di un segno in generale, la semiotica visiva o del visibile studia i segni nella pittura, tentando di restituire ai significanti, intesi come singoli elementi di unità spaziali, figurative o plastiche, un significato.

Diversamente accade con l’estetica, da aisthesis “sensazione”. Infatti l’estetica mira ad analizzare le sensazioni che un quadro suscita in un soggetto. Dunque l’estetica non ha come oggetto primo il quadro ma la sua fruizione, le modalità della sua ricezione. Inoltre l’estetica pone al centro la riflessione sullo statuto dell’opera d’arte. L’indagine estetica ha una storia che comincia con il secolo dei Lumi e un momento teorico preciso, che corrisponde alla Terza Critica di Kant, la Critica del giudizio (1790).

La semiotica invece si occupa dello statuto della significazione del segno, considerato come particella elementare del linguaggio. Il suo scopo non è definire lo statuto della bellezza, ma lo statuto dei significati simbolici nascosti nell’utilizzo di dispositivi visuali. La pittura come linguaggio atipico necessita di una codificazione particolare.

In Elementi di semiologia (1966) Roland Barthes, muovendo da una rilettura di Saussure, afferma che la semiologia ha per oggetto tutti i sistemi di segni, quali che possano essere le sostanze e i limiti di questi sistemi, che costituiscono, se non dei linguaggi, per lo meno dei sistemi di significazione, e proseguendo, chiarisce che per significazione deve intendersi l’atto che unisce il significante e il significato, atto il cui prodotto è il segno. Da ciò l’importanza centrale attribuita alla nozione di segno e al meccanismo della connotazione nell’arte contemporanea, dove l’interesse per l’arte non è ricondotto alla sua bellezza, quanto piuttosto al suo significato, né è rivolto al supporto o ai mezzi attraverso i quali essa è realizzata, come dimostrano l’arte dell’istallazione o della body art.

Si distingue così un primo campo della semiotica del visibile, ovvero l’approccio alle immagini adottato da R.Barthes, che fondamentalmente non è diverso da quello adottato da E.Panofsky per le opere d’arte figurative in Studi di iconologia (1939). Se Panofsky afferma l’esistenza di un soggetto primario o livello “preiconografico”, Barthes identifica in questo un messaggio iconico non codificato o letterale (il dipinto o l’oggetto) distinguendolo da un soggetto secondario o livello “iconografico” che per Barthes corrisponde al messaggio iconico codificato o “retorica dell’immagine” (il significante); infine il significato intrinseco o livello “iconologico” per Barthes corrisponde all’ideologia, (significato).

Tuttavia questa prima delimitazione di indagine non è sufficiente: ad esempio non si occupa di differenziare la codificazione di un quadro astratto, nè spiega i meccanismi della codificazione artistica dell’istallazione o della performance. Si fa dunque strada un altro interessante punto di vista semiotico sull’analisi dell’opera d’arte: quello che intende esaminare non sostanzialmente l’opera in sé, ma l’opera come testimonianza di uno o più motivi che hanno subito un’evoluzione nella storia dell’arte. Individuando nell’opera d’arte i tratti visivi che ne costituiscono la base percettiva si evidenziano meccanismi semiotici di traduzione dei soggetti del mondo naturale in “formanti”, quali risultano dalla scomposizione dell’opera in unità discrete e leggibili.

A parlare per la prima volta dei formanti è il padre della semiotica del visibile, intesa come disciplina sistematica, ovvero Algiridas Julien Greimas, autore del saggio Semiotica figurativa e semiotica plastica (1984). Greimas considera il progetto di una semiotica figurativa (iconica) e una semiotica plastica (astratta) pienamente all’interno di una semiotica generale. In particolare egli afferma che “essendo ogni cultura dotata di una ‘visione del mondo’ a lei propria, essa pone anche condizioni variabili al riconoscimento degli oggetti” (Corrain, Valenti, 1991, p.37).

Dunque, per tornare al nostro discorso, se l’analisi di un quadro è per l’esteta un pretesto per arrivare a parlare di ciò che esso suscita in noi universalmente, allo stesso modo la semiotica del visibile, pur essendo una disciplina incentrata sui segni, tramite essi ci offre un affaccio gratuito su una visione del mondo, sottesa alle scelte stilistiche dell’artista.

Resta allora da comprendere quale sia nelle Università italiane e nelle Accademie il ruolo dei semiologi del visibile.

La semiologia del visibile svela i meccanismi di senso interni alla rappresentazione, non sulla base delle nostre sensazioni, ma sulla base di una codificazione concettuale pregressa, e li colloca in un contesto culturale storico-artistico. L’esistenza di segni, emancipata dall’opera d’arte nella sua totalità, parla essa stessa un linguaggio universale, offrendoci una visione del mondo meno sensibile ma più astratta, ponendoci di fronte alle intenzioni concettuali dell’autore nel momento precedente alla creazione, rivelando la costellazione di idee e significati che accompagna l’ideazione di un’opera d’arte.

Non è forse l’artista, prima che un esteta, un semiologo o uno scienziato? È proprio la struttura del linguaggio a suggellare la comunicazione come unità di concetto e pratica. Dunque questa dicotomia non dovrebbe sussistere, comprendendo che la pittura stessa è un linguaggio. D’altronde se noi spesso esemplifichiamo il nostro pensiero con un quadro, così possiamo esemplificare un quadro attraverso un pensiero. 

Mentre l’estetica è ampiamente studiata nelle Università, minore comprensione spetta alla semiotica del visibile, una scienza per così dire interdisciplinare, che riceve meno tolleranza in un ambiente accademico dove studiare storia dell’arte significa studiare le immagini, e studiare filosofia significa studiare le idee, ma è pericoloso unire le due cose, rispecchiando perfettamente una mentalità occidentale che vede il primato del pensiero sull’immagine, risalente a Platone.

Saggi divulgativi sull’estetica di facile comprensione:

Pierre Sauvanet, Elementi di estetica, il Mulino, 2008

Yves Michaude, L’arte allo stato gassoso, Edizioni Idea, 2007

Teorizzazione della Semiotica del visibile da parte di Greimas nel saggio “Semiotica figurativa e semiotica plastica” in:

Lucia Corrain, Mario Valenti, Leggere l’opera d’arte. Dal figurativo all’astratto, Esculapio, 1991

Sulla Semiotica in generale:

Stefano Gensini, Manuale di Semiotica, Carocci editore, 2004

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