Orbis Melancholiae
Così si sta
nell’orbita della Malinconia
sul pianeta Terra.
Mentre sotto la bilancia dei contrapposti
un pentalfa salomonico
col pensiero andavo rimirando,
mi accorsi che in seno al mio compasso
vi era una pietra simile al
nostro globo.
Così mi volsi,
mi volsi verso il sole in cerca del suo manto,
ma fece prima il mercurio nel cielo
a tramutarsi in zolfo,
che io ad accorgermi di
essermi punto con
il compasso stesso
e una goccia di sangue nero a cadere
trafitta da un raggio di luce.
Flavia Guerrieri
Questa poesia da me scritta si ispira all’incisione più famosa di Dürer, Melancholia.
Sono rimasta molto colpita da un elemento del quadro: la sfera a forma di globo terrestre posta ai piedi del soggetto seduto mentre riflette, un elemento su cui si è posta poca attenzione. Per me questo sarebbe il motivo della melanconia: essa ha senso solo dal punto di vista terrestre, perché è sulla Terra che noi viviamo il senso della caducità, dato dalla rotazione dell’orbita terrestre intorno al sole.
Ovviamente nel 1514, data di realizzazione della Melancholia, vigeva ancora il sistema tolemaico geocentrico.
Mi sono chiesta se non fosse proprio Dürer a dubitare di tale sistema: infatti il sole, che è qualcosa che riscalda e dà vita, è qui concepito come un elemento mortifero, in quanto segna l’alternarsi delle stagioni, che porta inesorabilmente alla morte, mentre la vita è paragonabile a un arcobaleno che ha la durata di un attimo.
Il compasso che il protagonista del quadro tiene tra le mani serve esso stesso a misurare un’orbita, forse quella del globo posto ai suoi piedi, ad indicare che il pensiero volge a indagare il significato del tempo che passa scandito dalle leggi astronomiche.
Nel dipinto scorgiamo dunque due assi perpendicolari: l’asse globo-compasso (asse orizzontale microscopico) e l’asse globo-sole (asse verticale macroscopico). A suggerire il senso temporale di tale intersezione in un centro, appare il fenomeno contingente dell’arcobaleno, accompagnato appunto dalla scritta Melancholia.
Nella mia poesia, la contemplazione della caducità della vita, dove l’intera umanità si riduce alla metafora di un arcobaleno, una visione meravigliosa ma troppo breve, genera nel soggetto una distrazione tale da farlo pungere con il compasso: una goccia di sangue nero cade, rivelando la bile nera che il medico Ippocrate associava all’umore della malinconia.
Il malinconico è cupo, triste, pallido. In questo caso la caduta di una goccia di sangue nero che immagino si versi al di sotto della mano nascosta, ha la stessa velocità di un raggio di sole che la trafigge. La vita è effimera. Solo la percezione della meraviglia, che genera immediatamente dolore nel melanconico, è eterna.
La presenza del protagonista alato suggerisce un messaggio: astrologia, chimica e medicina sono al servizio dell’alchimista nel suo tentativo di fugare nella bellezza le leggi universali e raggiungere l’immortalità.